ICoN - Master Traduzione Specialistica
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  • Un'intervista a Isabella C. Blum
In un’intervista pubblicata on line lei ha affermato di voler parlare di traduzione in modo concreto, abbattendo «quella sorta di piedistallo romantico» su cui l’attività del traduttore viene spesso collocata. Può spiegarci che cosa intendeva dire e come realizza il suo obiettivo?
In quell’intervista stavo presentando un mio corso per aspiranti traduttori editoriali. Effettivamente, la traduzione editoriale è troppo spesso circondata da un’aura romantica: il mondo dell’editoria è considerato da un lato intellettualmente stimolante e pieno di fascino; dall’altro, se non proprio ostile, quasi inaccessibile. In ogni caso, la percezione che se ne ha all’esterno è a tal punto permeata di mito da essere molto lontana dalla realtà concreta. Per chi comincia a tradurre, il fatto di avere una concezione così distorta del proprio obiettivo può essere molto controproducente. Quando parlavo di concretezza, intendevo proprio questo: rimettere le cose nella giusta luce, sfatando miti inutili – per esempio che per tradurre decorosamente un libro occorra avere un grandissimo talento innato (il «genio» romantico): è mia ferma convinzione, invece, che molto prima di diventare un’arte, la traduzione sia un mestiere, e che come tale possa essere insegnata e appresa.
La traduzione specialistica extraeditoriale è meno soggetta al tipo di falsa mitologia che affligge la traduzione editoriale; anche in questo caso, comunque, per lavorare seriamente e costruirsi le necessarie abilità professionali è fondamentale avere un approccio concreto. In questo senso un Master in Traduzione Specialistica come quello erogato da ICoN può fare moltissimo, guidando i corsisti nell’acquisizione di metodo e tecnica.

Sempre in quell’intervista, lei ha affermato che «imparare a tradurre non basta», che occorre anche imparare a «essere traduttori». Può chiarire che cosa intendeva?
Certo. Potremmo dire che saper tradurre è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per avere successo nel mondo della traduzione. Oggi più che mai il traduttore deve saper esprimere una professionalità aperta a 360 gradi. Oltre a tutte le abilità traduttive in senso stretto – oltre a saper tradurre, appunto – deve essere un bravo comunicatore, capace di pubbliche relazioni a un buon livello, in grado di proporre e promuovere i propri servizi ai potenziali clienti. Questo vale sia in ambito editoriale, sia in ambito extraeditoriale. Se è difficile trovare un buon traduttore in senso stretto, è ancora più difficile trovare un buon traduttore che sappia essere anche promotore di se stesso – una sorta di micro-imprenditore. Queste abilità sono indispensabili; eppure non sono quasi mai oggetto di formazione: restano affidate all’iniziativa e all’intelligenza del singolo. Nel «saper essere traduttore», poi, ricadono anche tutte le questioni, davvero fondamentali, dell’etica professionale, che nel caso del traduttore sono molteplici e delicatissime.
Ho apprezzato molto il fatto che ICoN abbia previsto, fra gli insegnamenti base del suo Master, un modulo introduttivo sulla «professione del traduttore», del quale io stessa mi sono occupata. Significa che questi temi sono stati recepiti e che esiste una consapevolezza della loro importanza. È un buon punto di partenza.

Che cosa si aspetta dal Master in Traduzione Specialistica erogato da ICoN?
Per fare un professionista occorrono basi solide a livello di formazione, ed esperienza sul campo. Alcune caratteristiche tipiche del professionista possono derivare esclusivamente dall’esperienza (per esempio la produttività, la capacità di conservare un output di standard elevato anche sotto la pressione di scadenze incalzanti). Altre caratteristiche invece possono – devono – provenire dalla formazione, e sono quelle che il nostro Master è in grado di fornire, prima fra tutte il metodo di lavoro. Il Master ICoN rappresenta un’occasione preziosa per impostare il metodo traduttivo e per insegnare ai corsisti a risolvere problemi specifici sperimentandoli nei singoli domini. Mi aspetto anche che i nostri studenti imparino a traslare queste competenze e riescano ad applicarle proficuamente in altri campi della traduzione.
Ma non è tutto: un Master come quello erogato da ICoN fornisce un’impostazione che consentirà poi ai corsisti di collocare le loro singole esperienze lavorative in un quadro generale, in modo che ciascuna di esse rappresenti parte di un tutto integrato, e non un episodio, un frammento, destinato a restare tale. Ai fini professionali questo è molto importante, ed è qualcosa che può venire solo da una formazione di alta qualità. L’esperienza sul campo non si autoorganizza: affinché il mucchio di mattoni diventi un edificio non basta aggiungere altri mattoni: è necessario un progetto, un disegno. Io sono convinta che il nostro Master possa fornire quel disegno consentendo ai corsisti di trarre tutto il vantaggio possibile dalle loro future esperienze traduttive.

Quali sono gli elementi che «fanno la qualità» di una traduzione?
L’accuratezza e la correttezza lessicale, terminologica e concettuale; un uso agile, spontaneo, corretto ed elegante della lingua d’arrivo; la pulizia redazionale. Non necessariamente in quest’ordine.
Ancora più interessante sarebbe chiedersi quali caratteristiche del carattere e dell’intelligenza siano utili per fare bene questo mestiere (e quali invece si rivelino controproducenti). Sicuramente la superficialità è fortemente negativa. La traduzione non ammette un approccio superficiale; anzi, si giova di una scrupolosità che dall’esterno potrebbe esser considerata eccessiva – ma che poi, all’atto pratico, consente sostanziali perfezionamenti del testo tradotto. Questo scrupolo, questo amore per la precisione, è sicuramente un amore per il linguaggio ma anche – e in certi casi soprattutto – un amore per la ricerca e lo studio. Ogni traduzione prevede infatti ricerche bibliografiche, ricerche di approfondimento sui contenuti e in qualche caso la ricerca di consulenti umani (e l’interazione con essi). Ovviamente è necessaria una grande passione per le lingue, avere una buona conoscenza della lingua di partenza (e della cultura e della storia a cui è associata); soprattutto occorre possedere una solida conoscenza della lingua di arrivo e la capacità di servirsene come strumento di comunicazione (capacità di scrittura). Chi vuole fare il traduttore di solito si concentra soprattutto sulla lingua di partenza; in realtà però i difetti più frequenti delle traduzioni sono quelli legati a un uso non professionale dell’italiano. In questo campo c’è moltissimo da fare: esiste un notevole margine di miglioramento.
Anche in questo, il Master in Traduzione Specialistica erogato da ICoN è progettato con grande sensibilità nei confronti delle esigenze della nostra professione e prevede un controllo linguistico accurato proprio sulla qualità dell’italiano.

Secondo lei per tradurre è necessario avere una laurea specifica in traduzione?
Direi di no. Sicuramente occorre avere una formazione universitaria; chi aspira a tradurre, o meglio, chi aspira a fare della traduzione il proprio mestiere, deve saper approfondire, deve sapere come si fa a studiare e a reperire informazioni. Questo è fondamentale ed è quello che io chiedo, di base, a un traduttore (oltre alle competenze linguistiche).
Prendiamo come esempio la mia formazione. Io ho una laurea in biologia e ho quindi dovuto coltivare – attraverso lo studio e il lavoro – le abilità linguistiche. Chi invece viene da studi umanistici-linguistici ha il problema inverso: se vuole accedere a domini di traduzione specialistica, dovrà approfondirne gli ambiti specifici. A questo proposito, occorre fare una considerazione importante. La conoscenza dei domini specialistici richiesta a un traduttore è una conoscenza da divulgatore/comunicatore, non da scienziato: chi traduce testi di medicina non deve essere un medico: deve essere prima di tutto un traduttore, e in secondo luogo conoscere il dominio delle scienze mediche a sufficienza per poterne scrivere correttamente – tenendo d’occhio tutti i problemi di comunicazione e divulgazione che ciò comporta (per inciso, problemi che un medico potrebbe benissimo ignorare). Si tratta di approcci diversi, di abilità diverse. A un traduttore di testi biomedici, insomma, non serve una laurea in biologia o medicina – casomai occorrerebbe una laurea in traduzione, divulgazione e comunicazione della scienza. Un sogno?

Lei consiglierebbe a un giovane di entrare nel mondo della traduzione?
Certo. Se non pensassi che tradurre è un’attività bellissima, tanto per cominciare farei qualcos’altro per vivere; e in secondo luogo non insegnerei questo mestiere ai giovani - sarebbe disonesto insegnare qualcosa in cui non si crede o che non si ama.
Il nostro è un mestiere meraviglioso, che consente un continuo contatto con la cultura, con lo studio, con un uso professionale delle lingue; un mestiere che mette a contatto con realtà diverse, che impone un costante aggiornamento. Un mestiere creativo – e che quindi ha i tempi e i luoghi (a volte solitari) della creatività; ma è anche un’attività che richiede continui confronti e contatti con colleghi, committenti, redazioni, correttori, revisori, consulenti (ed eventualmente allievi e studenti).
È un mestiere che mantiene perennemente in cammino chi lo svolge: non ci si ferma, è vivo e tiene vivi…

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